Salvare il ricordo degli italiani in Russia Stampa

Accorato appello dal Medio Don Il direttore del Museo: doveroso per arginare giudizi sommari

Rossosch (Medio Don)
«Hai mangiato la zuppa nelle gavette degli italiani. Ecco perché hai permesso questa vergogna». Il professor Alim Morozov viene pesantemente apostrofato da un suo ex allievo, Kolja Sachenko, che, nel recente passato, ha portato decine di veterani a protestare contro il monumento di amicizia tra alpini e sovietici. Una stella rossa è stata accostata al cappello con la penna in ricordo dei giorni dell'orrore, giusto davanti all'asilo per i bambini russi, costruito da centinaia di volontari dell'Associazione nazionale alpini tra il 1992 ed il 1993 sul luogo dove sorgeva il Comando tricolore. «Non lo capisco – dice sorpreso il direttore del Museo del Medio Don –. Eppure gli italiani hanno aiutato Kolja. Gli hanno fatto ottenere anche un permesso di lavoro quando, dopo il crollo dell'Urss, qui la situazione economica era difficile. E da lì lui è riuscito a farsi una vita decente».

 

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Come conservare la corretta memoria della Campagna di Russia, ora che gli ultimi veterani se ne stanno andando e le mistificazioni sono all'ordine del giorno in questa parte d'Europa, è uno dei grandi dilemmi da risolvere. Anche perché il lavoro di ricerca e di studio qui non si è fermato affatto malgrado l'entusiasmo degli Anni Novanta sia un po' scemato. In continuazione saltano fuori le piastrine dei nostri caduti, le quali vengono puntualmente riconsegnate ai parenti in Italia.
Il 2011 è cruciale: i due governi hanno organizzato «l'anno della cultura» russa nel Belpaese e quella italiana in Russia con centinaia di manifestazioni previste. Per il Medio Don questo sarà il trampolino per l'ultima vera occasione di confronto con dei testimoni viventi. Nel 2013 si celebrerà il 70° anniversario di una delle peggiori ecatombi nella storia degli italiani e cadrà il ventennale dell'inaugurazione dell'asilo, esempio unico di amicizia e riappacificazione tra popoli. Solo l'immenso cuore degli alpini è stato capace di una tale azione umanitaria a tremila chilometri da casa.
«Con mia moglie Nina stiamo sistematizzando e catalogando informaticamente tutto», ci spiega il 78enne Morozov, che nel suo Museo, fulcro dell'attività di ricerca, ha creato un'ampia area dedicata agli italiani. Un primo sito Internet è stato organizzato, mentre sono in corso contatti con Trento per una mostra in autunno. «Sarebbe importante – ammette il professore – che trovassimo degli sponsor che ci aiutassero a pubblicare qui un libro con gli ultimi materiali raccolti».
Il timore è che le falsificazioni e i giudizi fuorvianti di gente come Kolja possano prendere il sopravvento sulla verità storica. A parte l'aspetto militare e non tralasciando purtroppo nemmeno le inevitabili reciproche atrocità commesse dai pochi, russi ed italiani hanno scritto una pagina unica di umanità sia durante la Seconda guerra mondiale che dopo l'inizio della perestrojka gorbacioviana con l'operazione «Sorriso» dell'Ana. Quanti nostri ragazzi sono stati curati o rifocillati dalla popolazione locale durante la ritirata o la prigionia a 30 gradi sotto zero, evitando morte certa. E quanti russi sono stati protetti dall'Armir nel corso dei rastrellamenti nazisti!
Morozov aveva 10 anni durante quei drammatici mesi di presenza nemica che gli ha cambiato la vita. Ancora oggi, pur mantenendo fermo il suo punto di vista sugli avvenimenti, sembra un moderno «Don Chisciotte» in lotta per la verità contro tutto e tutti. Molti degli amici italiani (tanti i veneti, i trentini e i friuliani), che da dopo il 1988 l'hanno aiutato in questa encomiabile impresa, hanno raggiunto nell'aldilà i compagni lasciati per sempre nella steppa nel gennaio '43. I più giovani, invece, hanno ormai perso mordente.
Percorriamo in auto i sentieri della ritirata. Quando eravamo arrivati a Rossosch la temperatura era sopra lo zero e non c'era la neve. Il giorno dopo raggiungiamo il Don nel bel mezzo di una tormenta spaventosa. Sul grigio fiume, vicino alle postazioni occupate dalla Tridentina durante la guerra, si stanno formando spesse lastre di ghiaccio. Il gelo e il vento rendono impossibile stare all'aperto, mentre le strade sono ben presto impraticabili. Passano poche ore e la temperatura precipita a meno 10 per poi piombare a meno 20. Cosa hanno patito quei poveracci nel '43! Morozov nasconde la sua tristezza con un sorriso. Vuole vincere ad ogni costo la battaglia della memoria: soltanto la verità dovrà rimanere per i posteri.

 

Giuseppe D'Amato - L'Eco di Bergamo 21/02/2011