Alpini, addio alle caserme dei bergamaschi Stampa

Gelido come il tempo che passa inesorabile, il vento della Val Venosta solleva e sparge la polvere dei ricordi insieme a quella dei detriti. Strano destino, quello dell’alpino, che a vent’anni piange una casa lontana da una sperduta caserma di montagna, e con il tempo finisce per piangere da casa i vent’anni lasciati in una sperduta caserma di montagna. E quando su questa
caserma si abbattono le ruspe, è come se quei vent’anni si sbriciolassero d’un colpo, insieme ai muri che li hanno custoditi.

 

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Lavorano sodo le ruspe in quello che fu il cuore della caserma di Malles intitolata a Sigfrido Wackernell, meranese che dalle sue montagne fu spedito a combattere nei deserti della Libia.
Facendosi onore, eroe di quell’Italia unita che oggi i suoi conterranei sembrano restii a festeggiare, vista anche la posizione presa sull'argomento dal presidente della Provincia autonoma di Bolzano, Luis Dürnwalder. «Ma noi – spiegano quassù, dove il gelido vento della Val Venosta schiarisce il cielo e le idee – non ce l'abbiamo con l'Italia. Ce l'abbiamo con quegli aspetti dell'Italia che non piacciono nemmeno agli italiani: burocrazia, malgoverno, abusi». E condoni, parola chiave che racchiude l'amaro destino dei ricordi di tanti penne nere bergamasche: perché qui di condoni non si parla nemmeno e allora, spiegano alla redazione venostana del «Dolomiten», quotidiano locale in lingua tedesca, «le cubature sono quelle che sono e per costruire si va sulle aree edificabili già esistenti e non utilizzate. Le decisioni sulla caserma Wackernell sono state prese da anni, e il fatto che la demolizione sia cominciata nel periodo del dibattito innescato dalle dichiarazioni del presidente Dürnwalder è pura casualità. Niente manovre politiche, nessun intento di cancellare tracce dell'italianità».
«Salveremo la cappelletta»
Insomma, non si abbattono muri di pietra per costruirne uno ideologico. Gli spazi interni della caserma di Malles (attualmente di proprietà della Provincia di Bolzano) dove si trovavano le camerate, diventeranno alloggi per gli studenti della Scuola superiore per gli sport invernali, mentre le costruzioni più esterne sono state mantenute e sono occupate dalla polizia, dai carabinieri e da un centro giovanile. Nella foga della demolizione è andato distrutto anche lo stemma degli alpini nell'aiuola centrale, ma il sindaco Ulrich Veith, che è stato alpino del «Tirano», ha promesso che almeno la cappelletta non sarà abbattuta.
Nulla è rimasto invece, un paio di chilometri più in basso, della caserma di Glorenza, abbattuta otto anni fa: una grande area incolta adibita a parcheggio è quello che resta di una struttura descritta in paese come «un posto per pochi intimi, immerso nel silenzio», che ai più colti richiamava inizialmente l'avamposto del «Deserto dei tartari» raccontato da Dino Buzzati, «ma poi la sensazione di pace e di tranquillità prendeva il sopravvento su quella di desolazione». Oggi il vento che sibila tra i quattro grandi alberi al centro di quella che fu la caserma (intitolata a Giuseppe Petitti di Roreto, medaglia d'oro sul Basso Piave nella Prima guerra mondiale) racconta che solo una volta l'anno quel silenzio veniva rotto, in occasione del campo estivo dei carristi, quasi tutti meridionali, che finivano nel mirino di ogni genere di scherzi. «La verità è che gli alpini qui in valle li rimpiangono tutti – raccontano un po' ovunque – perché erano ben integrati, ma soprattutto per questioni economiche: bar, locali e negozi facevano affari con loro e le loro famiglie».
La desolazione della Druso
Erano gli anni d'oro della «Bionda», la littorina – chiamata così per il suo colore giallo – che sbuffava lungo i 53 chilometri della valle, da Merano a Malles. Prima tappa Silandro, proprio di fronte alla caserma Druso (il generale romano che attraversò il Brennero lanciandosi alla conquista della Germania) che delle tre destinazioni storiche degli alpini bergamaschi in Val Venosta è l'unica ancora in piedi, anche se in stato di completo abbandono. Presto, spiegano in paese, la Provincia la cederà al Comune, che dovrà utilizzarla per scopi pubblici: si parla di case popolari, centri giovanili, scuole superiori o sedi di associazioni e istituzioni culturali. Della destinazione si sta occupando un comitato di esperti dell'Istituto di ricerca Frauenhofer, dell'università di Bolzano. Il sindaco Dieter Pinggera parla di «enorme risorsa per Silandro nei prossimi decenni», anche se sottolinea che per il 2011 le priorità sono altre.
E così la caserma del Gruppo artiglieria da montagna Bergamo – considerata una delle più belle, con la sua imponente struttura e i suoi 4,7 ettari di terreno circostante – cade a pezzi ed è invasa dalle sterpaglie. Un brutto angolo d'Italia nel cuore del lindo e ordinato Alto Adige.

 

Piero Vailati L'Eco di Bergamo 24/02/2011